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	<title>NENA NEWS &#124; NEAR EAST NEWS AGENCY</title>
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		<title>SIRIA: GUERRA DI POTERE NELL&#8217;OPPOSIZIONE</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 08:02:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[GERALDINA COLOTTI
Roma, 18 maggio 2012, Nena News (nella foto il leader dimissionario del Csn Burhan Ghalioun) &#8211; «Mi ritiro dalla carica». Così ha annunciato ieri Burhan Ghalioun, presidente del Consiglio nazionale siriano (Cns), la principale formazione di opposizione al governo di Bashar al Assad. La dichiarazione ha fatto seguito alle dure critiche rivolte al Cns [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>GERALDINA COLOTTI</strong></p>
<p><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/Ghalioun.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-19490" title="Ghalioun" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/Ghalioun-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>Roma, 18 maggio 2012, Nena News (nella foto il leader dimissionario del Csn Burhan Ghalioun) &#8211; «Mi ritiro dalla carica». Così ha annunciato ieri Burhan Ghalioun, presidente del Consiglio nazionale siriano (Cns), la principale formazione di opposizione al governo di Bashar al Assad. La dichiarazione ha fatto seguito alle dure critiche rivolte al Cns &#8211; un cartello di oppositori all&#8217;estero e in patria &#8211; dai Comitati di coordinamento locali (Ccl), piattaforma di oppositori all&#8217;interno del paese. I Comitati locali hanno accusato i vertici del Cns di essere distanti dai problemi in campo in Siria e hanno denunciato il «deterioramento della situazione». In gioco c&#8217;è la leadership del cartello, dunque la rielezione di Ghalioun, avvenuta pochi giorni fa durante un congresso a Roma, a scapito del politico cristiano George Sabra, appoggiato dai Comitati. In campo c&#8217;è, di fatto, lo scontro tra i Fratelli musulmani, che sostengono Ghalioun, e le altre componenti dell&#8217;opposizione siriana su come condurre la lotta al regime di Bashar al-Assad. «Sono stato eletto la prima volta dopo un accordo tra tutte le componenti dell&#8217;opposizione e volevo unirle &#8211; ha affermato Ghalioun &#8211; ora mi dimetto per non provocare divisioni sul mio nome». Il Cns ha quindi annunciato che «si stanno avviando le procedure per eleggere un&#8217;altra persona». Da Parigi, Ghalioun ha poi lanciato un appello «alle opposizioni siriane affinché trovino l&#8217;unità e pongano fine alle divisioni». I suoi avversari lo accusano però proprio di non aver saputo tessere le dovute alleanze per unificare le diverse componenti del Cns, che ambisce ad essere riconosciuto come il legittimo rappresentante del popolo siriano dalla comunità internazionale. Ghalioun, un professore universitario (laico) di 67 anni, era stato rieletto a capo del Cns con il 66% dei voti per un nuovo mandato di tre mesi, ma già qualche ora dopo una figura d&#8217;opposizione, il liberale Fawaz Tello, aveva rassegnato le dimissioni, accusando il presidente del Cns di essere stato tenuto in sella dai Fratelli musulmani. E anche i Ccl hanno minacciato di abbandonare la coalizione a causa delle «ambizioni personali» di Ghalioun, che impedirebbero al Consiglio di diventare «un&#8217;istanza democratica». Il professore, che dirige il Cns fin dalla sua creazione, nell&#8217;agosto 2011, incarna una sinistra nazionalista araba sensibile al richiamo dei Fratelli, e sembrava poter tenere insieme le molte tendenze del cartello, che raccoglie islamisti, nazionalisti, liberali, indipendenti&#8230; Ieri ha passato la mano, indicando George Sabra come suo successore. Ha detto però che resterà comunque nel Cns, «mano nella mano con i giovani che lottano, i giovani della rivoluzione per la dignità e la libertà, fino alla vittoria».</p>
<p>Intanto, in Siria, il piano di pace proposto da Kofi Annan e accettato dal regime, è sempre più a rischio, in balìa dei venti di guerra che premono per una svolta militare. Come ha rivelato un&#8217;inchiesta del Washington Post, i paesi del Golfo stanno fornendo ai ribelli una quantità di armi sempre maggiore, sia dal confine turco che da quello libanese. Un piano coordinato dagli Usa che, secondo l&#8217;opposizione siriana, è già presente nel paese con istruttori e intelligence. Ieri, la Cnn, citando un diplomatico occidentale che ha voluto mantenere l&#8217;anonimato, ha affermato che è stato consegnato al Consiglio di sicurezza dell&#8217;Onu che controlla le sanzioni contro l&#8217;Iran, un dossier confidenziale che accusa Tehran di avere fornito armi al governo siriano in almeno due occasioni nel corso del 2011.</p>
<p>E mentre l&#8217;agenzia governativa Sana continua a denunciare gli attacchi «terroristi» e l&#8217;opposizione l&#8217;uccisione di civili, la Russia dichiara al G8 che non firmerà nessun comunicato contro il governo siriano. Al vertice del G8, che si tiene a Camp David oggi e domani e che si occuperà di sicurezza internazionale, il rappresentante russo, Arkadi Dvorkovitch, ha chiesto «di trasmettere alle due parti in Siria indicazioni per agire in maniera pacifica».</p>
<p>Per il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ieri in visita ufficiale a Washington, il destino di Bashar al-Assad è ormai «segnato» e la comunità internazionale deve «alzare la voce» per accelerarne l&#8217;uscita di scena e infliggere così «un gran colpo» all&#8217;Iran, agli sciiti libanesi di Hezbollah e alla Jihad islamica. Nena News</p>
<p>*Questo articolo e&#8217; stato pubblicato il 18 luglio dal quotidiano Il Manifesto</p>
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		<title>IRAQ, LO SPETTRO DI ABU GHRAIB SUL GOVERNO MALIKI</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 07:40:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CHIARA CRUCIATI
Roma, 18 maggio 2012, Nena News (nella foto, Camp Honor, ex base militare Usa e ora centro di detenzione segreto iracheno) – L’Iraq non si sa liberarsi dei suoi fantasmi: un governo sempre più autoritario si lancia contro le minoranze etniche e politiche e, mentre prosegue il processo in contumacia contro il vicepresidente Hashemi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/camp-honor.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-19472" title="camp honor" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/camp-honor-300x183.jpg" alt="" width="300" height="183" /></a><strong>CHIARA CRUCIATI</strong></p>
<p>Roma, 18 maggio 2012, Nena News (nella foto, Camp Honor, ex base militare Usa e ora centro di detenzione segreto iracheno) – L’Iraq non si sa liberarsi dei suoi fantasmi: un governo sempre più autoritario si lancia contro le minoranze etniche e politiche e, mentre prosegue il processo in contumacia contro il vicepresidente <a href="http://nena-news.globalist.it/?p=18558">Hashemi</a>, spunta lo spettro di Abu Ghraib.</p>
<p>Ma stavolta a gestire il carcere della vergogna sarebbero le autorità irachene. A lanciare l’allarme è stato martedì scorso<a href="http://www.hrw.org/"> <em>Human Rights Watch</em></a>: in Iraq il governo utilizza segretamente un carcere di Baghdad per detenuti politici, sistematicamente torturati e abusati. Dopo il ritiro delle truppe statunitensi lo scorso dicembre, il sistema carcerario è completamente gestito dalle autorità irachene. Tra i centri di detenzioni, spunta il nome di Camp Honor, ex base militare Usa chiusa ufficialmente un anno fa.</p>
<p>O almeno è quello che il Ministero per i Diritti Umani ha fatto sapere dopo l’accusa di <em>Human Rights Watch</em>: Camp Honor non è un centro di detenzione segreto. Basta guardare, secondo Baghdad, al luogo in cui si trova: la Green Zone, il centro della capitale, accanto a ambasciate straniere e uffici governativi. La base consiste di oltre 15 edifici fortificati, controllati dalla 56° Brigata dell’esercito iracheno.</p>
<p>“Le forze di sicurezza irachene – insiste l’organizzazione, portando come prova le interviste raccolte tra 35 ex detenuti a Camp Honor – tengono prigionieri dei civili violando la legge, senza processi né accuse formali”. “Bugie – risponde Kamil Amin, portavoce del Ministero per i Diritti Umani – Camp Honor è stato chiuso un anno fa e tutti i detenuti sono stati trasferiti in altre prigioni”.</p>
<p>Ma le associazioni per i diritti umani continuano la battaglia: insieme a Camp Honor, il governo starebbe utilizzando altre due carceri segrete, dove i violenti e brutali interrogatori verrebbero condotti da funzionari dell’esecutivo e dalle forze di sicurezza, direttamente gestite dal premier Nouri al-Maliki. Un altro dei poteri che il primo ministro iracheno è riuscito ad accaparrarsi nel corso della legislatura: una volta posto al potere dall’amministrazione di Washington, lo sciita Maliki ha avviato una campagna di indebolimento delle opposizioni sunnite, contribuendo a esasperare un clima di settarismi e violenze che sta insanguinando il Paese.</p>
<p><strong>Arresti di massa e torture</strong></p>
<p>L’accusa di <em>Human Rights Watch</em> è grave. Le interviste agli ex detenuti, a familiari e avvocati parlano chiaro: il governo di Baghdad sta compiendo arresti di massa e molti dei detenuti per ragioni politiche finiscono nel carcere segreto, dove subiscono torture e abusi fisici e psicologici.</p>
<p>Dallo scorso ottobre, l’esecutivo guidato da Maliki ha portato avanti arresti di massa, ondate di detenzioni definite dalle autorità “precauzionali”. La più recente campagna di arresti risale a marzo, in occasione del <a href="http://nena-news.globalist.it/?p=18046">summit</a> della Lega Araba, ospitato da Baghdad dopo oltre vent’anni: centinaia gli arresti preventivi per evitare atti terroristici o semplici manifestazioni di protesta che potessero “imbarazzare il Paese” e svelare la reale situazione della sicurezza. Molti testimoni raccontano di veri e propri raid compiuti dalle forze di sicurezza che, una volta individuato il target, circondano interi quartieri delle città irachene per poi andare porta a porta alla caccia dei “ricercati”, i cui nomi sono forniti direttamente dal governo.</p>
<p>Difficile quantificarne il numero: una media che si aggira sui 100 arresti ogni mese. Tra gli obiettivi, iracheni legati al partito Baath e fedelissimi dell’ex dittatore Saddam Hussein, ma anche membri o semplici simpatizzati delle fazioni sunnite. Tra ottobre e novembre 2011, sarebbero stati arrestati ben 1.500 iracheni considerati baathisti: per il governo, terroristi pronti al colpo di Stato. Arresti di massa dello stesso tenore nei quartieri sunniti di Baghdad e del resto delle province irachene.</p>
<p>Stesse anche le storie raccontate dagli ex detenuti: torture, elettroshock, pestaggi, isolamento prolungato, minacce di violenze a mogli e figlie, per costringere i prigionieri a firmare false confessioni. A confermare le testimonianze, c’è una lettera del Comitato Internazionale della Croce Rossa che documenta i metodi di tortura praticati a Camp Honor, lettera pubblicata sul <em>Los Angeles Times</em> e successivamente smentita dallo stesso Comitato.</p>
<p><strong><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/01/Maliki-Hashemi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16709" title="Maliki-Hashemi" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/01/Maliki-Hashemi-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Il processo al vicepresidente sunnita Hashemi</strong></p>
<p>Prosegue intanto in un tribunale di Baghdad il processo al vicepresidente iracheno Tareq al-Hashemi. Il leader del partito sunnita Iraqiya è accusato di terrorismo, omicidio e tentativo di colpo di Stato. Il premier Maliki ha spiccato un mandato d’arresto contro Hashemi lo scorso dicembre: da allora il vicepresidente è in fuga, prima in Kurdistan, poi nel Golfo e ora in Turchia.</p>
<p>Mercoledì, durante l’udienza, una delle guardie del corpo di Hashemi ha affermato di aver ricevuto tremila dollari dal leader di Iraqiya per assassinare un funzionario governativo, uno degli oltre cento omicidi di cui il vicepresidente è accusato. La scorsa settimana l’Interpol ha spiccato un proprio mandato d’arresto internazionale. Maliki respinge tutte le accuse, definendole un complotto dell’esecutivo a maggioranza sciita per tagliare fuori la compagine sunnita. Nena News</p>
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		<title>NABLUS, TOMBA DI GIUSEPPE TORNA AL CONTROLLO DEI RABBINI</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 05:46:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MARTA FORTUNATO
Beit Sahour (Cisgiordania), 18 maggio 2012, Nena News – Rivendicata per anni da israeliani e palestinesi, la tomba di Giuseppe costituisce una delle principali questioni religiose e politiche irrisolte tra Autorità Nazionale Palestinese (Anp) ed esercito israeliano. Questo importante luogo religioso che sorge all&#8217;ingresso del campo profughi di Balata, a Nablus, con gli Accordi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">MARTA FORTUNATO</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/balata.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-19476" title="balata" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/balata-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Beit Sahour (Cisgiordania), 18 maggio 2012, Nena News – Rivendicata per anni da israeliani e palestinesi, la tomba di Giuseppe costituisce una delle principali questioni religiose e politiche irrisolte tra Autorità Nazionale Palestinese (Anp) ed esercito israeliano. Questo importante luogo religioso che sorge all&#8217;ingresso del campo profughi di Balata, a Nablus, con gli Accordi di Oslo, nel 2000, è stato dichiarato area A, ed è passato sotto il controllo militare e civile dell&#8217;Anp. Tuttavia da quel momento migliaia di coloni israeliani provenienti da tutta la Cisgiordania hanno sfidato le autorità palestinesi con l&#8217;appoggio e la protezione dell&#8217;esercito israeliano ed hanno organizzato decine di incursione notturne al sito religioso al fine di svolgere i loro riti sacri. Ciò ha dato vita ad una disputa irrisolta tra palestinesi ed israeliani.</p>
<p style="text-align: justify;">E proprio ieri, a decidere è stata una corte rabbinica. Secondo quanto riportato dalla versione on-line del quotidiano israeliano Haaretz, la corte rabbinica di Gerusalemme ha concesso la custodia amministrativa e legale della tomba di Giuseppe a due rabbini responsabili di gestire ed organizzare le visite al luogo sacro. Shlomo Ben Shimon e Mordechai Gross, due rabbini a capo dell&#8217;organizzazione Shechem Ehad (Una Nablus), avevano chiesto alla corte di essere riconosciuti come gli unici custodi legali. La richiesta, secondo quanto hanno dichiarato, proveniva da “alcuni ufficiali dell&#8217;esercito” che avevano chiesto loro di creare “un&#8217;entità legale che fosse responsabile della gestione, l&#8217;amministrazione e la supervisione del sito” con lo scopo di aumentare il numero di visitatori. La risposta della corte non si è fatta attendere e ha concesso alle due figure religiose un permesso di 18 mesi per approvare le richieste di visita da parte dei fedeli ebrei.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia l&#8217;esercito israeliano non sembra essere d&#8217;accordo con la decisione del tribunale rabbinico. “Le visite alla tomba di Giuseppe sono coordinate dall&#8217;amministrazione Civile e decise dalla Polizia Israeliana, in coordinamento con le figure rabbiniche, tra cui i rabbini citati, e l&#8217;Autorità Palestinese”. Ed un&#8217;altra fonte militare, citata da Haaretz, ha riferito che l&#8217;esercito israeliano non avrebbe nessuna intenzione di modificare lo status quo della tomba. Se le dichiarazioni di quest&#8217;ultima fonte fossero attendibili, significherebbe che la corte ha abusato della propria autorità.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ci sono continui problemi tra israeliani e palestinesi davanti alla tomba di Giuseppe” ha raccontato a Nena News Ibrahim, residente nel campo profughi di Balata – i coloni israeliani arrivano di notte, protetti e scortati dall&#8217;esercito israeliano, invadendo le strade della città. Molto spesso si verificano scontri”. La tomba infatti costituisce un vero e proprio luogo di pellegrinaggio per gli ebrei: ogni mese, da mezzanotte alle 4 di mattina più di 20000 israeliani fanno visita al luogo sacro. E spesso vengono effettuati raid notturni senza il coordinamento concesso dall&#8217;Autorità Palestinese. Negli ultimi anni ci sono stati più di 36 incursioni di coloni israeliani all&#8217;interno della tomba senza che fosse stato concesso loro il permesso.</p>
<p style="text-align: justify;">“E&#8217; una moschea musulmana” ha dichiarato al quotidiano degli Emirati Arabi Uniti Gulf News Ayman Dwaikat, capo del dipartimento degli affari islamici di Nablus – il sito è stato costruito con un&#8217;abside che indica la direzione della Mecca”. Solo nel 1970 un comandante militare israeliano ha visitato la tomba e ha deciso di restaurare il luogo sacro. “Durante il restauro Israele ha aggiunto delle scritte bibliche in arabo, ebraico e inglese sulle pareti e il 10 novembre 1982 le autorità israeliane hanno confiscato il sito e costruito una scuola religiosa” ha continuato.</p>
<p style="text-align: justify;">Successivamente ai palestinesi è stato proibito l&#8217;accesso e dal 1984 i coloni israeliani hanno iniziato a celebrare i propri riti religiosi all&#8217;interno della tomba. Per i palestinesi la tomba ospiterebbe le spoglie di un santo palestinese di nome Yousuf Dwaikat, mentre per gli ebrei nel sito riposa il corpo del profeta Giuseppe.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 2000 la tomba è passata sotto il controllo militare e civile dell&#8217;Autorità Palestinese. Tuttavia ogni mese migliaia di coloni invadono il luogo sacro bloccando le strade e la vita quotidiana degli abitanti palestinesi. Nena News</p>
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		<title>FRONTE POPOLARE CONDANNA NUOVO GOVERNO ANP</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 08:39:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ramallah, 17 maggio 2012, Nena News -  Il Fronte popolare per la liberazione della Palestina  (Fplp) condanna la formazione, avvenuta ieri, di un nuovo governo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) guidato dal premier Salam Fayyad. «La nascita di questo governo indica con fin troppa chiarezza che la riconciliazione nazionale palestinese si allontana nonostante il bisogno di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/fayyad.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-19453" title="fayyad" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/fayyad-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a>Ramallah, 17 maggio 2012, Nena News -  Il Fronte popolare per la liberazione della Palestina  (Fplp) condanna la formazione, avvenuta ieri, di un nuovo governo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) guidato dal premier Salam Fayyad. «La nascita di questo governo indica con fin troppa chiarezza che la riconciliazione nazionale palestinese si allontana nonostante il bisogno di unità espresso dal nostro popolo», ha commentato Kayed al Ghol, del Comitato centrale del Fplp riferendosi alla spaccatura tra Fatah e Hamas, i due principali movimenti politici palestinesi.</p>
<p>Dopo essersi affrontati in armi nel giugno di cinque anni fa, Fatah (spina dorsale dell’Anp) e Hamas controllano rispettivamente Cisgiordania e Striscia di Gaza. Un anno fa le due parti avevano raggiunto al Cairo un accordo di riconciliazione che afferma la priorità della formazione un governo “tecnico” di unità nazionale palestinese. Punto ribadito qualche mese fa da una nuova intesa raggiunta a Doha. Sino ad oggi però questo esecutivo non si è materializzato e Fatah e Hamas rimangono distanti nelle loro strategie politiche e nelle loro richieste.</p>
<p>Al Ghol da parte sua ha attribuito ad entrambi i governi, in Cisgiordania e a Gaza, la responsabilità della divisione interna palestinese. «L’anniversario della Nakba (15 maggio) e la lotta dei nostri detenuti politici nelle carceri israeliane avevano posto le basi per una strategia nazionale ma (Fatah e Hamas) non hanno colto questa importante opportunità», ha aggiunto al Ghol.</p>
<p>Il nuovo governo dell’Anp ha giurato ieri. Si tratta, in effetti, di un rimpasto, visto che il premier è rimasto lo stesso. La conferma di Fayyad accresce il disappunto di Hamas che nell’accordo raggiunto al Cairo e ribadito a Doha, aveva chiesto l’esclusione del primo ministro dell’Anp da qualsiasi incarico nel futuro esecutivo di unità nazionale. Il movimento islamico ritiene Fayyad troppo legato agli Usa e all’Europa e responsabile di diverse campagne di arresti condotte in Cisgiordania dalla polizia dell’Anp nei confronti degli attivisti di Hamas.</p>
<p>Non fa piacere agli islamisti palestinesi peraltro il programma del nuovo governo dell’Anp – in cui è più marcata la presenza di esponenti di Fatah e dove Fayyad non occupa più la delicatissima posizione anche di ministro delle finanze (passata all’accademico Nabil Kassis) – che punta sulla organizzazione di elezioni amministrative in Cisgiordania. Hamas vuole che elezioni – legislative, presidenziali e amministrative &#8211; si tengano solo dopo la formazione di un esecutivo unico.</p>
<p>Fayyad intanto è chiamato a fare i conti con il deficit di bilancio previsto per il 2012. L’Anp ha presentato un bugdet da 1,3 miliardi di dollari che sarà coperto solo in parte dalle entrate tributarie e dai fondi promessi dai Paesi donatori. Secondo le istituzioni finanziarie internazionali a Fayyad mancano 500 milioni di dollari per avere il pareggio di bilancio. Nena News</p>
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		<title>PARTITO DELLA GUERRA ALZA LA VOCE CON L&#8217;IRAN</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 06:32:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[MICHELE GIORGIO
Gerusalemme, 17 maggio 2012, Nena News &#8211; L&#8217;ambasciatore iraniano presso l&#8217;Aiea, Ali Asghar Soltanieh, appariva  soddisfatto due giorni fa parlando dei colloqui a Vienna sul nucleare  tra il suo paese e l&#8217;Aiea. «Abbiamo avuto incontri positivi. Ogni cosa  va nella giusta direzione», aveva commentato Soltanieh riferendosi  all&#8217;esito della seconda e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>MICHELE GIORGIO</strong></p>
<p><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/Dolphin.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-19450" title="Dolphin" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/Dolphin.jpg" alt="" width="273" height="184" /></a>Gerusalemme, 17 maggio 2012, Nena News &#8211; L&#8217;ambasciatore iraniano presso l&#8217;Aiea, Ali Asghar Soltanieh, appariva  soddisfatto due giorni fa parlando dei colloqui a Vienna sul nucleare  tra il suo paese e l&#8217;Aiea. «Abbiamo avuto incontri positivi. Ogni cosa  va nella giusta direzione», aveva commentato Soltanieh riferendosi  all&#8217;esito della seconda e ultima giornata di colloqui nella capitale  austriaca. È troppo ottimista l&#8217;ambasciatore di Tehran. La questione del  nucleare iraniano è politica, non solo tecnica. E non dipende solo  dalle intenzioni vere o presunte dell&#8217;Iran di dotarsi di armi atomiche.  Il partito della guerra continua ad alzare la voce. Il governo  israeliano &#8211; che sollecita «l&#8217;opzione bellica» &#8211; considera  «insufficienti» le richieste fatte finora dalla comunità internazionale  all&#8217;Iran nell&#8217;ambito dei negoziati 5+1.</p>
<p><strong>Il governo Netanyahu vuole lo stop completo dell&#8217;arricchimento dell&#8217;uranio in Iran </strong></p>
<p>Israele giudica lo stop di  tutti i processi di arricchimento dell&#8217;uranio, anche a livelli bassi,  conditio sine qua non di qualunque accordo con l&#8217;Iran. «Si deve esigere  lo stop totale dell&#8217;arricchimento in Iran, anche al 3,5%», ha avvertito  qualche giorno fa il ministro della difesa israeliano Ehud Barak facendo  riferimento alla soglia (quella compresa fra 3,5 e il 20%) considerata  di norma compatibile solo con l&#8217;uso a scopi civili o scientifici  dell&#8217;energia atomica. Condizione che l&#8217;Iran non accetterà mai e Israele  lo sa bene. Barak è partito per gli Usa l&#8217;altra sera e il quotidiano  Haaretz ieri riferiva che anche il capo dell&#8217;intelligence militare, il  generale Aviv Kochavi, due settimane fa ha visitato Washington in  segreto e ha anche avuto incontri a New York con rappresentanti delle  Nazioni unite. Non occorre avere la palla di vetro per conoscere il  contenuto dei colloqui avuti in terra americana da Barak e Kochavi: Iran  e Siria e naturalmente il movimento sciita libanese Hezbollah. Tel Aviv  vuole che vengano fissate delle scadenze precise per valutare i  risultati delle sanzioni internazionali contro l&#8217;Iran. Il governo di  Benyamin Netanyahu &#8211; allargato ora anche al leader dell&#8217;opposizione  Shaul Mofaz &#8211; li prevede «scarsi», ossia gli iraniani continueranno a  produrre l&#8217;uranio. Esito che aprirebbe la strada all&#8217;attacco aereo  israeliano alle centrali iraniane, questa volta con la benedizione degli  Stati uniti. Barack Obama non vuole un attacco nei prossimi mesi &#8211;  cruciali per le presidenziali americane &#8211; ma non ha mai escluso  «l&#8217;opzione militare».</p>
<p><strong>Nel Golfo la tensione e&#8217; sempre piu&#8217; alta</strong></p>
<p>Nel Golfo perciò la tensione sale con il  passare delle settimane e mentre Israele e gli Usa preparano la guerra &#8211;  nonostante il parere nettamente contrario espresso martedì anche dal  think tank «Rand Corporation», consulente del Pentagono &#8211; le sei  petromonarchie del Golfo si organizzano per affrontarne le conseguenze,  che si prevedono devastanti. Il primo passo in verità non è andato  secondo i disegni della monarchia saudita che lunedì avevano convocato a  Riyadh un summit per la creazione di una Unione del Golfo che,  mascherata da progetti di moneta unica e dall&#8217;abolizione dei dazi  doganali, mira a creare un comando militare unificato contro le «minacce  esterne». Il Bahrain, di fatto un protettorato saudita, si era detto  pronto con entusiasmo ad «unirsi» ai sauditi e anche l&#8217;Oman appariva sul  punto dare luce verde. Invece Qatar ed Emirati arabi uniti &#8211; poco  entusiasti di lasciare il comando ai rivali sauditi &#8211; hanno frenato  l&#8217;operazione Unione del Golfo.</p>
<p><strong>La Marina israeliana attende un altro sottomarino Dolphin </strong></p>
<p>Da parte sua l&#8217;Iran aveva ammonito  Riyadh dall&#8217;assorbire il vicino Bahrain, popolato in maggioranza da  sciiti e da oltre un anno teatro di una rivolta contro la monarchia  sunnita. Tehran ha fatto anche sapere che a «scopo anti-pirateria»  invierà le sue navi da guerra a pattugliare un&#8217;area più ampia a ridosso  dello Stretto di Hormuz (la «bocca» del Golfo dove transita ¼ del  petrolio mondiale) e nell&#8217;Oceano Indiano. Acque dove si alternano &#8211;  secondo indiscrezioni &#8211; i sottomarini israeliani armati con missili  (pare anche testate atomiche) che tengono sotto tiro l&#8217;Iran. Con  l&#8217;arrivo, all&#8217;inizio del prossimo anno, del quarto ed avanzatissimo  sommergibille della classe Dolphin (costruito dalla tedesca  Howaldtswerke-Deutsche Werft), la Marina militare israeliana sarà la più  potente della regione, in grado di colpire ogni punto del territorio  iraniano e di infliggere un potente «strike» anche con missili nucleari.  Nel frattempo continuano in Giordania, sotto il comando americano, le  manovre «Eager Lion», 12 mila soldati di 17 paesi (Italia inclusa), le  esercitazioni militari più ampie svolte in Medio Oriente negli ultimi 10  anni. Obiettivo Iran e Siria? Nena News</p>
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		<title>LIBANO, LA GUERRA CIVILE NON DORME MAI</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 06:11:26 +0000</pubDate>
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Roma, 17 maggio 2012, Nena News &#8211; E’ di dodici morti e circa cento feriti il bilancio degli scontri che da sabato scorso insanguinano Tripoli, nel nord del Libano. L’ultima vittima è un ragazzino di 13 anni, Abdel Rahim Mohammad Hamad, colpito nel fuoco incrociato tra due quartieri: Bab el-Tabbaneh – a maggioranza sunnita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>GIORGIA GRIFONI</p>
<p><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/pb-120514-lebanon-sunni-gunfire-nj-02.photoblog900.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-19461" title="pb-120514-lebanon-sunni-gunfire-nj-02.photoblog900" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/pb-120514-lebanon-sunni-gunfire-nj-02.photoblog900-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a>Roma, 17 maggio 2012, Nena News &#8211; E’ di dodici morti e circa cento feriti il bilancio degli scontri che da sabato scorso insanguinano Tripoli, nel nord del Libano. L’ultima vittima è un ragazzino di 13 anni, Abdel Rahim Mohammad Hamad, colpito nel fuoco incrociato tra due quartieri: <strong>Bab el-Tabbaneh</strong> – a maggioranza sunnita – e <strong>Jabal Mohsen</strong>, roccaforte degli alawiti nella seconda città più popolosa del Paese. L’esercito, intervenuto ieri per placare gli scontri e stabilizzare la situazione,  questa mattina era riuscito a imporre una tregua che è saltata però prima di mezzogiorno. Per colpa di chi, è difficile dirlo.</p>
<p><strong>IL QUADRO.</strong> E’ una guerra civile a intermittenza, quella che nel nord libanese va avanti da quasi quarant’anni. Con il resto del Paese relativamente pacificato – gli ultimi scontri a Beirut si sono registrati a maggio del 2008, quando la crisi di governo aveva raggiunto il suo diciottesimo mese e due giorni di vera e propria guerra civile avevano sancito la vittoria di<strong> Hezbollah</strong> sul <strong>Future Movement</strong> di Hariri – rimane solo il ribelle nord da domare. Storicamente ed economicamente più vicina a Damasco che a Beirut, la regione di Tripoli risente pesantemente del conflitto siriano: è qui che è concentrata la minoranza alawita del Paese dei cedri, 120.000 persone di cui circa 60.000 solo a Jabal Mohsen, quartiere a nord di Tripoli.</p>
<p>Risente anche del numero di <a href="http://nena-news.globalist.it/?p=18762" target="_blank">profughi</a> che ogni giorno arrivano dalla Siria: 9.000 dall’inizio delle proteste, secondo i dati dell’<strong>UNHRC</strong>, ma comprensivi di quelli non registrati presso l’ufficio Onu sarebbero più di 30.000. Un terzo di loro è stipato nella città di Tripoli, città a stragrande maggioranza sunnita. E proprio questa caratteristica la rende un terreno esplosivo per qualsiasi conflitto in cui sia coinvolta la Siria. Il quartiere dirimpettaio di Jabal Mohsen è Bab el-Tabbaneh, regno dei religiosi sunniti e del partito<strong> Tawhid</strong>, costituito nel 1982 e storico rivale del partito <strong>Baath</strong> siriano.</p>
<p><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/clashes.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-19462" title="clashes" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2012/05/clashes-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a><strong>L&#8217;ULTIMO CONFLITTO.</strong> Il pretesto per gli ultimi scontri è stato l’arresto sabato scorso, da parte dei servizi segreti, di <strong>Shadi al-Mawlawi</strong>, un leader islamista accusato di avere contatti con un’organizzazione terroristica non precisata. I suoi sostenitori di Bab al-Tabbaneh hanno organizzato un sit-in per chiederne la liberazione, degenerato immediatamente in scontro armato con i militanti alawiti di Jabal Mohsen. Come ogni battaglia in Libano, il conflitto urbano è stato accompagnato subito da uno scontro politico, con la coalizione di opposizione “14 marzo” – in cui confluiscono il Future Movement di Saad Hariri e molti dei partiti cristiani maroniti protagonisti della guerra civile degli anni 75-90 – che ha accusato il regime siriano di voler portare la sua guerra anche in Libano. Abitanti del quartiere di Bab el-Tabbaneh incolpano l’esercito libanese di essere agli ordini di Assad, vista la connivenza del Presidente siriano con il partito Hezbollah che guida ora il governo libanese. Abitanti di Jabal Mohsen accusano invece il quartiere dirimpettaio di ospitare e formare i ribelli siriani pilotati da forze straniere. Gli scontri si sono quindi rapidamente trasformati in battaglia tra i sostenitori e oppositori del regime siriano.</p>
<p><strong>I PRECEDENTI.</strong> Il destino della città, un tempo ricco snodo commerciale della regione costiera siriana, sembra segnato. Qui, nel 2008, la crisi di governo aveva prodotto una guerra tra sunniti pro-governativi e alawiti anti-governativi: il bilancio è stato di 34 morti. Erano passati solo tre anni dall’assassinio del premier <strong>Rafiq Hariri</strong>, detonatore di una serie di proteste nel Paese che avevano costretto l’esercito siriano – in Libano da oltre trent’anni – a ritirarsi. La regione si era appena ripresa dal conflitto che nel 2007 aveva portato l’esercito libanese a distruggere il campo profughi palestinese di Nahr al-Bared, nel quale si era insediato il gruppo islamista <strong>Fatah al-</strong><strong>Islam</strong>, accusato di legami con <strong>al-Qaeda</strong> e di essere responsabile dell’attentato contro due autobus nella vicina città cristiana di Bikfaya. Quattro mesi di assedio avevano portato allo smantellamento del campo, alla fuga dei suoi 30.000 abitanti e alla morte di 450 persone.</p>
<p>Nel 2011, sette persone sono morte negli scontri tra i due quartieri generati da una manifestazione di supporto della rivolta siriana a Ba bel-Tabbaneh. E lo scorso febbraio sono avvenuti i preparativi per la guerra di questo maggio, con tre persone morte negli scontri tra i due quartieri nemici.  Ma non sono solo le affiliazioni politiche a farla da padroni, a Tripoli. La città deve fare i conti con una povertà unica in tutto il Paese: quasi il 67% della popolazione di Tripoli vive infatti sotto la soglia della povertà, con uno stipendio medio di circa 350 dollari al mese.</p>
<p><strong>LA SITUAZIONE ECONOMICA. </strong>Un’analisi del quotidiano <a href="http://english.al-akhbar.com/content/tripoli-north-lebanon-forgotten-city" target="_blank">al-Akhbar</a> ha evidenziato come la regione, oltre ad aver risentito enormemente della guerra siriana per i commerci, sia abbandonata a se stessa da oltre un quarantennio, se non dall’indipendenza dalla Francia nel 1946: allora la città perse le speranze di tornare alla Siria e Beirut divenne il centro esclusivo della vita libanese, a scapito delle altre storiche città costiere. A Tripoli, tra gli uomini si registra una disoccupazione del 20%, mentre tra le donne sale al 91%. Mancano i servizi base, come sanità e istruzione. L’elettricità, qui, non manca solo per tre ore al giorno, ma anche per dodici ore consecutive. Solo 17.000 imprese private sono registrate nella regione di Tripoli, contro le 72.000 di Beirut. E i politici libanesi qui sembrano infrangere ogni norma del clientelismo: promesse in cambio di voti. Perché dei progetti di scolarizzazione e risanamento di alcune zone dell’<strong>Akkar</strong> promesse da <strong>Saad Hariri</strong> non se n’è vista neanche l’ombra. E se non si ha nulla da perdere, è più facile imbracciare le armi e puntarle contro il vicino di casa. Nena News</p>
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		<title>SIRIA: DAL GOLFO ARMI PIU&#8217; SOFISTICATE AI RIBELLI</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 06:03:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[GERALDINA COLOTTI*

Roma, 17 maggio 2012, Nena News – «Nell&#8217;attacco di Khan Sheikhoun, a Idlib, siamo stati difesi dai miliziani dell&#8217;Esercito siriano libero». Così ha dichiarato alla tv al-Jazeera il tenente yemenita Ahmad Jayed, uno degli osservatori dell&#8217;Onu inviati in Siria per monitorare la tenuta della tregua. A Khan Shaykhun, l&#8217;altroieri, le forze di sicurezza governative [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>GERALDINA COLOTTI*</strong></p>
<p><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2011/11/FreeSyrianArmy.jpg"><img class="size-full wp-image-14507 alignright" title="FreeSyrianArmy" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2011/11/FreeSyrianArmy.jpg" alt="" width="240" height="160" /></a></p>
<p>Roma, 17 maggio 2012, Nena News – «Nell&#8217;attacco di Khan Sheikhoun, a Idlib, siamo stati difesi dai miliziani dell&#8217;Esercito siriano libero». Così ha dichiarato alla tv al-Jazeera il tenente yemenita Ahmad Jayed, uno degli osservatori dell&#8217;Onu inviati in Siria per monitorare la tenuta della tregua. A Khan Shaykhun, l&#8217;altroieri, le forze di sicurezza governative hanno sparato contro due manifestazioni che si stavano svolgendo nel villaggio settentrionale, mentre i mediatori si trovavano in zona. Sei di loro viaggiavano su un convoglio colpito da un ordigno artigianale, ma nessuno è rimasto ferito. Nell&#8217;attacco sono morte invece 26 persone e ieri, prima di ripartire per la capitale, i funzionari Onu hanno voluto partecipare ai funerali di quattro delle vittime. Secondo fonti dei ribelli, gli osservatori hanno passato la notte «sotto la protezione» del Libero esercito siriano, «stanno bene» e sono ripartiti per Damasco a bordo di veicoli Onu venuti a recuperarli. La missione, autorizzata con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 2043 del 21 aprile scorso, dovrebbe verificare l&#8217;effettiva messa in atto del cessate il fuoco e l&#8217;applicazione del piano proposto da Kofi Annan e accettato dal regime siriano di Bashar al-Assad.</p>
<p>Un piano sempre più a rischio di fallimento: anche perché &#8211; come ha rivelato il Washington Post, citando fonti degli attivisti e di funzionari Usa -, nelle ultime settimane, ai ribelli siriani sono arrivate molte più armi e di miglior qualità, finanziate dai paesi del Golfo nell&#8217;ambito di un piano coordinato dagli Stati Uniti. Le armi vengono smistate soprattutto a Damasco, Idlib (sul confine turco) e Zabadani (sul confine libanese), in continuo aumento per via dei crescenti investimenti di paesi come Arabia Saudita, Qatar e altri stati del Golfo. Anche i Fratelli Musulmani siriani &#8211; come ha confermato Mulham al-Drobi, membro del comitato esecutivo della Fratellanza &#8211; hanno i propri canali di rifornimento di armi, e usano fondi messi a disposizione da ricchi siriani o dai paesi del Golfo. D&#8217;altronde, l&#8217;opposizione vanta apertamente il contatto diretto con il Dipartimento Usa, anche se per ora gli Stati uniti negano che vi siano loro esperti militari e di intelligence in Siria.</p>
<p>Ieri, il regime siriano ha mostrato due tunisini e un libico «membri di al Qaeda», in stato di arresto. Hanno confessato di «essersi infiltrati in Siria per compiere attacchi terroristici» in coordinamento con l&#8217;Esercito libero siriano. «Le elezioni del 7 maggio hanno dimostrato che la maggioranza della popolazione sostiene il governo, condivide la via delle riforme e non ha paura delle minacce terroristiche», ha dichiarato Assad in un&#8217;intervista diffusa ieri dalla tv Rossia 24. Assad ha anche accusato la Francia di «aver procurato la morte di centinaia di migliaia di libici» e si è augurato che il nuovo presidente François Hollande «pensi agli interessi della Francia, che non consistono nel seminare il caos in Medioriente e nell&#8217;insieme del mondo arabo». Nena News</p>
<p><strong>*Questo articolo e&#8217; stato pubblicato il 17 maggio 2012 dal quotidiano Il Manifesto</strong></p>
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		<title>I BAHAI DENUNCIANO: IN IRAN SI INTENSIFICANO LE PERSECUZIONI</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 07:23:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Roma, 16 maggio 2012, Nena News – Qualche giorno fa gli ex dirigenti bahai hanno cominciato il quinto anno di prigione e le persecuzioni contro i loro correligionari si intensificano. La denuncia è contenuta in un comunicato Casa Universale di Giustizia in una lettera che ha mandato ai bahai dell’Iran l’11 maggio 2012, inviata notiziebahai.it [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2011/05/bahai.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-10171" title="bahai" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2011/05/bahai.jpg" alt="" width="225" height="224" /></a>Roma, 16 maggio 2012, Nena News – Qualche giorno fa gli ex dirigenti bahai hanno cominciato il quinto anno di prigione e le persecuzioni contro i loro correligionari si intensificano. La denuncia è contenuta in un comunicato Casa Universale di Giustizia in una lettera che ha mandato ai bahai dell’Iran l’11 maggio 2012, inviata notiziebahai.it a Nena News.</p>
<p>I sette prigionieri  - si legge nella lettera &#8211; devono ora affrontare la cupa prospettiva di altri 16 anni in carcere per crimini che non hanno commesso. La prossima settimana sarà trascorso un anno dalle incursioni in alcune case bahai associate a un’iniziativa informale per offrire gli studi superiori a membri della comunità ai quali è impedito accedere all’università. Poco dopo nove insegnanti hanno subito dure condanne.  La detenzione e la condanna di questi e di altri bahai – aggiunge la Casa Universale di Giustizia &#8211; sono un riflesso dell’oppressione che grava su tutti gli iraniani che aspirano alla libertà.</p>
<p>La lettera riferisce anche di aggressioni a danno di bambini e ragazzi. Un bimbo di due anni sarebbe stato trattenuto in prigione per qualche giorno assieme alla madre. Una scolara sarebbe stata picchiata dall’insegnante perché non aveva partecipato alle preghiere collettive (sciite). Un madre sarebbe stata brutalmente arrestata dalle guardie sotto gli occhi dei due figlioletti.</p>
<p>«Dai bambini in età scolare agli anziani, dai sette ex dirigenti a semplici paesani, nessun bahai in Iran sfugge alle crudeli e calcolate persecuzioni escogitate dal governo iraniano e dai suoi agenti», ha commentato Diane Alai, rappresentante della Bahai International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.  I sette ex dirigenti hanno subito la condanna più dura, vent’anni, di qualsiasi altro prigioniero di coscienza oggi detenuto nelle carceri  iraniane, ha aggiunto Alai. «Le condizioni (di detenzione) sono difficili, il cibo è scadente e l’igiene è scarsa, tanto che la maggior parte di loro ha  avuto problemi di salute» conclude la rappresentante bahai. Nena News</p>
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		<title>UNA VITTORIA A META&#8217; CONTRO IL CARCERE SENZA PROCESSO</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 06:38:16 +0000</pubDate>
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Ramallah, 16 maggio 2012, Nena News -  «Quest&#8217;anno la commemorazione della Nakba ha un aspetto positivo &#8211;  diceva ieri Aghsan Barghouti, un attivista di «Herak Shebabi», il  movimento giovanile indipendente, giunto assieme ad altre centinaia di  ragazzi davanti alla prigione militare israeliana di Ofer, vicino  Ramallah. «La vittoria ottenuta dai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>MICHELE GIORGIO</strong></p>
<p><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2011/06/prigionieri.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-10966" title="prigionieri" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2011/06/prigionieri-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a>Ramallah, 16 maggio 2012, Nena News -  «Quest&#8217;anno la commemorazione della Nakba ha un aspetto positivo &#8211;  diceva ieri Aghsan Barghouti, un attivista di «Herak Shebabi», il  movimento giovanile indipendente, giunto assieme ad altre centinaia di  ragazzi davanti alla prigione militare israeliana di Ofer, vicino  Ramallah. «La vittoria ottenuta dai nostri prigionieri politici conferma  che i palestinesi hanno una tremenda capacità di resistenza e che non  dimenticheranno mai i loro diritti», spiegava Barghouti, membro di una  delle famiglie della Cisgiordania che ha dato tanti esponenti alla  politica e alla società civile. La prigione di Ofer è stata uno dei  punti principali delle iniziative organizzate per la Nakba, perché  simbolo della «detenzione amministrativa» (il carcere senza processo)  contro cui si sono battuti prigionieri politici palestinesi attuando un  lungo sciopero della fame.<br />
Una battaglia che ha portato a risultati  importanti ma che non autorizzano a parlare di «vittoria piena», così  come celebravano ieri nei Territori occupati e anche all&#8217;estero i tanti  che hanno sostenuto la protesta dei detenuti in sciopero della fame.  Certo, non è poco aver strappato migliori condizioni di vita in carcere.  Così come è significativo il diritto dei prigionieri di Gaza detenuti  in Cisgiordania di poter incontrare i famigliari e anche la restituzione  delle salme di 100 palestinesi sepolti nei «cimiteri dei nemici» in  Israele. Più di tutto è motivo di felicità nei Territori l&#8217;annuncio  della liberazione di Bilal Diab e Thaer Halahla, i due prigionieri che,  sfidando la morte, per 76 giorni hanno rifiutato il cibo perché chiusi  in cella senza aver subito un processo. Tuttavia è doveroso sottolineare  che Israele non ha rinunciato alla «detenzione amministrativa»,  illegale per la legge internazionale e obiettivo principale dello  sciopero della fame, ma ha promesso ai mediatori egiziani soltando che  la userà con «moderazione».<br />
I palestinesi ieri sono scesi a migliaia  nelle strade per commemorare il 64esimo anniversario della Nakba, non  solo nei Territori occupati ma anche in Libano e altri paesi arabi. Al  Cairo un corteo di 2mila egiziani e palestinesi ha attraversato il  centro commerciale dalla moschea Omar Makram fino all&#8217;università  americana. A fine giornata il bilancio è stato meno grave rispetto a  quello dell&#8217;anno scorso. Il 15 maggio 2011 migliaia di rifugiati  cercarono di varcare le linee armistiziali tra Israele con la Siria. Le  forze di sicurezza israeliane risposero uccidendo 8 persone e provocando  centinaia di feriti.<br />
Dalla prigione di Ofer i soldati ieri hanno  lanciato gas lacrimogeni e granate assordanti contro i manifestanti,  ferendo o intossicando 63 persone, tra cui un ragazzo di 16 anni. Al  posto di blocco di Qalandiya, tra Ramallah e Gerusalemme, un centinaio  di manifestanti ha scagliato pietre contro le postazioni dell&#8217;esercito  israeliano che ha risposto sparando candelotti di gas lacrimogeni. A  Nilin (Ramallah) alcuni dimostranti hanno cercato di attraversare il  check-point all&#8217;estremità del villaggio ma i soldati li hanno bloccati:  tre persone sono state arrestate, tra cui l&#8217;attivista Naji Tamimi.  Manifestazione anche al posto di blocco tra Betlemme e Gerusalemme ma in  questo caso è stata la polizia dell&#8217;Anp di Abu Mazen a fermare un paio  di centinaia di giovani dimostranti partiti dal campo profughi di Aida.  Incidenti anche a Gerusalemme. Nel quartiere di Issawiya quattro  palestinesi sono stati arrestati. E in migliaia hanno sfilato in corteo  anche a Hebron (dove ci sono stati scontri con gli israeliani), a  Ramallah e a Qalqiliya. A Gaza la manifestazione è terminata al quartier  generale dell&#8217;Onu dove i partecipanti hanno scandito slogan in sostegno  del diritto al ritorno per i profughi.</p>
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		<title>RESTIAMO UMANI–THE READING MOVIE: PRIMA PUNTATA</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 06:20:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>michele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DALLA REDAZIONE
Gerusalemme, 16 maggio 2012, Nena News – Da oggi Nena News vi propone una serie di puntate con il progetto “Restiamo Umani – The Reading Movie”. Un appuntamento settimanale, ogni mercoledì, con i 19 capitoli del libro “Restiamo Umani” di Vittorio Arrigoni letti per voi da 19 personalità scelte per il sostegno culturale e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2011/08/Vittorio3.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-12330" title="Vittorio3" src="http://nena-news.globalist.it/wp-content/uploads/2011/08/Vittorio3-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><strong>DALLA REDAZIONE</strong></p>
<p>Gerusalemme, 16 maggio 2012, Nena News – Da oggi Nena News vi propone una serie di puntate con il progetto “Restiamo Umani – The Reading Movie”. Un appuntamento settimanale, ogni mercoledì, con i 19 capitoli del libro “Restiamo Umani” di Vittorio Arrigoni letti per voi da 19 personalità scelte per il sostegno culturale e umano dato alla questione israelo-palestinese.</p>
<p>Le parole con cui Vittorio raccontò il dramma vissuto dalla popolazione di Gaza durante l’Operazione Piombo Fuso, dal dicembre 2008 al gennaio 2009, e di cui fu diretto testimone, passeranno dalle voci di Tariq Ali, Huwaida Arraf, Massimo Arrigoni, Mohamed Bakri, Oren Ben-Dor, Egidia Beretta Arrigoni, Hilarion Capucci, Noam Chomsky, Brian Eno, Norman Finkelstein, Stéphane Hessel, Mairead Corrigan-Maguire, Luisa Morgantini, Akiva Orr, Moni Ovadia, Ilan Pappé, Desmond Tutu, Roger Waters, Rabbi David Weiss.</p>
<p>“Un anno fa proposi a Vittorio l’idea di portare in scena la lettura del suo libro – spiega Fulvio A.T. Renzi dell’Associazione Culturale Azione Sperimentale –  ma come a volte accade, sbagliammo le priorità e quindi posticipammo il progetto. Oggi mi accorgo del grave errore. Voglio usare le parole di Vittorio che riassumono ciò che faremo:</p>
<p><em>Si potrebbero organizzare dei readings nelle varie città (io potrei intervenire telefonicamente, gli eventi sarebbero pubblicizzati su Il Manifesto, sui nostri blog e aggiro per internet) e questo potrebbe essere anche una interessante occasione per contarsi, conoscersi, legarsi. Non siamo pochi, siamo tanti, e possiamo davvero contare, credetemi.</em></p>
<p>Il progetto non intende essere soltanto un omaggio a Vittorio e al suo operato ma ha l’obiettivo di riunire in un unica voce ogni realtà associativa internazionale che lavori per la ricerca della definitiva soluzione alla tragedia israelo-palestinese. Accorgiamoci: siamo tanti e più forti di sempre per continuare ciò che ancora una volta sono riusciti a fermare”. Nena News</p>
<p>Prima puntata – Il Prologo</p>
<p><a href="http://www.restiamoumani.com/prologo">http://www.restiamoumani.com/prologo</a></p>
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