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LIBANO

Libano, libertà solo apparente per le donne

Nelle strade le libanesi sembrano godere di diritti negati in altri Paesi della regione. Ma la realtà è ben diversa.

michele
martedì 11 settembre 2012 08:25

di Giorgia Grifoni

Roma, 4 gennaio 2012, Nena News - Per le vie di Beirut s'incontrano tante di quelle donne agghindate da abiti succinti. Cliniche più o meno legali offrono ogni tipo di trattamento di chirugia estetica, dal botox al silicone. Nel Paese dei cedri una donna può farsi ricucire l'imene e comprare, quindi, una verginità nuova di zecca. Eppure, a questa apparente libertà non corrisponde una tutela legale. Dopo il divieto di passare la cittadinanza ai propri figli, il Parlamento libanese nei mesi scorsi ha negato alla donna un altro dei suoi più basilari diritti: la protezione dalla violenza domestica. Stupro coniugale, violenza economica e verbale sono solo alcuni tra i punti spariti dalla legge dopo che le autorità religiose libanesi avevano lanciato una campagna contro le intenzioni dei parlamentari.

Cosi' la legge contro la violenza domestica - la prima in questo senso in Libano - ha abbandonato sempre più le donne in balia dell'onnipotenza maschile. Barlumi di speranza erano giunti lo scorso anno quando il Parlamento aveva annullato l'articolo 562 del codice penale che mitigava le condanne in caso di delitto d'onore: un crimine più raro ma ancora presente nel paese dei cedri. Pochi, invece, sembrano gli sforzi intrapresi verso il maltrattamento in casa, sempre più diffuso in Libano. Secondo le stime dell'associazione Kafa, almeno tre quarti delle donne libanesi sperimenta, a un certo punto della propria vita, la violenza tra le mura domestiche. Se denunciato, il maltrattamento finisce quasi sempre di fronte a tribunali confessionali -cristiani come musulmani- competenti in materia civile: tribunali che, secondo il secolare controllo sulla vita della comunità, continuano a dar ragione agli uomini.

L'inferiorità legale della donna rispetto all'uomo ha molti volti, in Libano. La più palese, quella del divieto di passare la cittadinanza da madre a figlio, è al centro di una battaglia che vede schierate associazioni di diritti umani e società civile contro un legislatore che continua a considerare le donne come cittadini di serie B, alla stregua di palestinesi e beduini. Per quanto riguarda la rappresentanza nelle istituzioni, la loro presenza appare ancora minima. Nelle ultime elezioni parlamentari, su 12 donne in lizza solo 4 siedono ora in Parlamento: tutte provengono dalle famiglie dell'elite politica libanese, e sono entrate grazie a un padre, un  fratello o un marito. Ma se si pensa che la donna in Libano ha ottenuto il voto solo nel 1952, i conti tornano, e non solo per il peso della religione nella scena politica del paese.

Secondo una ricerca dell'analista legale Megan McKee, l'arretratezza femminile nella Costituzione sarebbe un retaggio del periodo mandatario, durante il quale vennero stese le leggi seguendo il vecchio codice napoleonico. A differenza della legislazione ottomana, secondo la quale la cittadinanza poteva essere trasmessa da entrambi i genitori, quella francese poneva la donna sotto la giurisdizione totale dell'uomo: padre prima, marito poi. Una Costituzione che vige ancora, sistemata qua e là, dal 1926. Dettagli, per un paese che come metro della ripartizione religiosa utilizza ancora il censimento del 1932. Nena News