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CISGIORDANIA

Palestina, il dramma delle acque di scarico

Dal 1967 Israele non ha mai fornito ai palestinesi degli impianti per il trattamento dei rifiuti e delle acque reflue.

Marta Fortunato
lunedì 2 luglio 2012 15:06

Marta Fortunato Beit Sahour (Cisgiordania), 02 luglio 2012, Nena News - "Il cattivo odore fa parte della vita quotidiana ed è diventato normale vedere topi e insetti aggirarsi in quest'area" racconta Ahmed con lo sguardo fisso verso l'acqua inquinata che scorre a pochi metri dalle case di Burin, un villaggio tra Nablus e Salfit, nel nord della Cisgiordania - "Il problema non è solo il terribile odore. Nel villaggio molte persone hanno malattie della pelle, asma, ed altri problemi di salute". Le acque di scarico che provengono dalla colonia di Ariel sono le maggiori responsabili della contaminazione dell'acqua e dell'inquinamento dell'ambiente nell'area di Salfit. A causa dell'alta concentrazione di ammoniaca in questa zona, molti campi agricoli vengono regolarmente distrutti e molte piante ed animali muoiono. Inoltre molte malattie che si sviluppano nell'acqua come la diarrea, si diffondono a macchia d'olio, soprattutto tra i più piccoli.

Gli abitanti di Wadi Fukin e Nahalin, a sud est di Betlemme, devono affrontare gli stessi problemi. Circondati dalla colonia israeliana di Betar Illit, questi due villaggi, conosciuti per la qualità dei loro prodotti agricoli, vengono costantemente minacciati dal flusso delle acque di scolo che proviene dal vicino insediamento. "All'interno di Betar Illit c'è un impianto per il trattamento delle acque reflue ma non è sufficiente per far fronte alle grandi quantità prodotte dalla colonia e di conseguenza molto spesso ci sono esondazioni che riversano le acque di scolo sui campi coltivati" spiega Dib Najajrah, un abitante di Nahalin. "In più negli ultimi anni dobbiamo affrontare una nuova minaccia: i coloni hanno iniziato ad attaccare le nostre terre aprendo volontariamente l'acqua delle fogne sui nostri raccolti".

L'inquinamento delle acque e la contaminazione delle falde acquifere sono le principali minacce ambientali per i palestinesi della Cisgiordania. In qualità di potenza occupante, secondo l'articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, Israele ha il dovere "di assicurare e mantenere, in cooperazione con le autorità nazionali e locali....la salute pubblica e la sanità nei territori occupati" per evitare la diffusione di malattie ed epidemie. Tuttavia dal 1967 Israele non ha mai fornito ai palestinesi degli impianti per il trattamento dei rifiuti e delle acque reflue. Contemporaneamente le colonie israeliane della Cisgiordania hanno iniziato a scaricare rifiuti industriali e domestici non trattati nelle falde acquifere provocando la contaminazione delle acque e la distruzione delle terre agricole palestinesi.

Solo recentemente Israele ha iniziato a costruire degli impianti per trattare i rifiuti nelle colonie ma il problema non è stato del tutto risolto poiché le colonie continuano ad essere la maggior causa dell'inquinamento ambientale in Cisgiordania. I 500 mila israeliani che vivono nelle colonie della Cisgiordania producono ogni anno 54 milioni di metri cubi di di acque reflue provenienti da consumo domestico, una quantità che è maggiore di quella prodotta dai due milioni e mezzo di palestinesi della Cisgiordania (Applied Research Institute, 2008). Inoltre, secondo il rapporto sull'inquinamento delle risorse idriche pubblicato dal ministero israeliano per la protezione dell'ambiente, dall'agenzia israeliana per la protezione della natura e dei parchi e dall'amministrazione civile israeliana ad agosto 2008, solo 81 colonie della Cisgiordania su 121 sono collegate ad impianti di trattamento delle acque reflue e molti di questi non sono a norma. Di conseguenza su un totale di 17,5 milioni di metri cubi di acqua di scolo proveniente dalle colonie, solo 12 vengono trattati. Inoltre, come riportato dall'ong israeliana B'tselem a giugno 2009, nessuno degli avamposti israeliani ha degli impianti per il trattamento delle acque di scarico.

Anche gli impianti per il trattamento delle acque di scarico utilizzati dai palestinesi non sono in grado di soddisfare i bisogni della popolazione. Solo il 31% degli abitanti della Cisgiordania sono collegati alla fognatura e c'è solo un impianto di trattamento delle acque di scarico in azione ad al-Bireh (Ramallah) - mentre più del 60% della popolazione dipende da pozzi neri e fosse biologiche. Il principale responsabile di questa situazione è Israele. Infatti, attraverso il Joint Water Committee - stabilito con Oslo nel 1995 - e l'amministrazione civile, Israele rifiuta di concedere i permessi ai palestinesi per la costruzione degli impianti. Tra il 1995 e il 2011 solamente 4 richieste di sistemi per il trattamento delle acque reflue su 30 sono state accettate.

"E questo non è tutto" continua Dib - "Non solo Israele non fornisce ai palestinesi le strutture necessarie , ma addirittura trae profitto dalle acque di scarico dei palestinesi". Infatti Israele sfrutta le acque reflue provenienti dalla Cisgiordania, le tratta in impianti moderni situati in Israele e riutilizza l'acqua purificata per l'irrigazione dei terreni agricoli in Israele, trattenendo i soldi per la costruzione di questi sistemi dai ricavi delle tasse che ogni mese Israele trasferisce all'Autorità Palestinese". Nena News