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ARABIA SAUDITA

Arabia Saudita, silenziosa primavera araba

Proteste per uguaglianza e libertà. Riyadh risponde con la repressione e puntando il dito contro la Siria. E presenta all'ONU una risoluzione anti-Assad.

adminSito
mercoledì 1 agosto 2012 12:25

di Michele Giorgio

Roma, 01 agosto 2012, Nena News - Puntuali nel sottolineare la partecipazione femminile saudita a Londra 2012 e ad evidenziare come il bacio lesbico visto alle Olimpiadi sia finito per la prima volta anche sulla tv del regno ultraconservatore dei Saud, alcune importanti agenzie di stampa italiane negli ultimi giorni hanno "dimenticato" di riferire, a proposito dell'Arabia Saudita, che è ripresa la protesta dei due milioni di sciiti e con essa la repressione. A luglio le manifestazioni sono state bagnate dal sangue di non pochi dimostranti (feriti anche quattro poliziotti). Appena qualche giorno fa la polizia ha aperto il fuoco ferendo diverse persone quando Qatif City è stata attraversata da cortei e manifestazioni che chiedevano la liberazione dei detenuti politici a cominciare dal religioso sciita Nimr al-Nimr arrestato qualche mese fa per "sedizione". Le autorità hanno poi riferito di aver arrestato 23 persone, tra le quali anche Mohamed al-Shakhouri, un attivista ricercato da tempo.

Di questa "primavera araba" si sa poco o nulla e il silenzio è calato anche su quelle in Bahrain e nel sultanato dell'Oman. Non saranno insaguinate come la guerra civile siriana ma le proteste in queste tre petromonarchie del Golfo vedono milioni di cittadini chiedere la libertà, diritti e uguaglianza.

Gli sciiti sauditi si sentono fortemente discriminati, denunciano di essere "cittadini di serie B", di avere meno accesso della maggioranza sunnita al lavoro e ai vertici dell'amministrazione pubblica, a causa della loro fede religiosa. La loro condizione, aggiungono, sarebbe peggiorata negli ultimi mesi poichè i regnanti Saud sono convinti che il fermento nelle regioni orientali del paese sia il risultato delle manovre dietro le quinte dell'Iran: il "nemico" starebbe soffiando sul fuoco della protesta degli sciiti in tutto il Golfo. E' finito peraltro nel congelatore il piano per il "dialogo nazionale", con sunniti e sciiti assieme, annunciato dalla monarchia ma mai portato avanti.

Riyadh perciò avrebbe non pochi motivi per guardare innanzitutto ai suoi problemi interni e alle pesanti violazioni dei diritti degli individui, a cominciare da quelli delle donne. Ma la casa regnante è decisamente più interessata a giocare dietro le quinte per garantirsi l'egemonia regionale, a maggior ragione ora che il regime siriano di Bashar Assad, alleato di ferro dell'Iran, subisce colpi devastanti dalla ribellione armata. I sauditi stanno recitando un ruolo di primo piano, assieme al Qatar, nel tenere sotto pressione Damasco e da giorni lavorano a una bozza di risoluzione sulla Siria da proporre già domani o martedì all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il documento potrebbe chiedere ai 193 Paesi membri di approvare le stesse sanzioni economiche decise contro la Siria dalla Lega Araba, oltre all'accesso degli operatori umanitari sul territorio.

Architetto della bozza di risoluzione sarebbe il principe Bandar bin Sultan, nominato nei giorni scorsi a capo dei servizi segreti al posto del principe Moqren bin Abdul Aziz, rimosso dal suo incarico. Si tratta di una nomina di eccezionale importanza perchè Bandar, che già mantiene la carica di Segretario Generale del Comitato per la Sicurezza Nazionale ed è stato ambasciatore a Washington per ben 22 anni (dal 1983 al 2005), è considerato un "falco", nemico giurato dell'Iran e della Siria e legato a doppio filo agli americani. Vanta un'amicizia personale con George W. Bush e si dice sia stato informato dall'ex presidente Usa del piano di invazione dell'Iraq nel 2003, prima ancora del segretario di stato Colin Powell (il regista Michael Moore gli ha dedicato ampio spazio nel suo Fahrenheit 9/11).

Molti attori internazionali avevano dimenticato il principe Bandar, non tanto per la malattia che lo ha costretto a farsi da parte per qualche tempo, quanto per decisione di re Abdallah di escluderlo da ogni forma di attività politica, perchè sospettato di aver tramato contro di lui. Tuttavia le crisi regionali, la questione iraniana, le tensioni interne e, soprattutto, la morte improvvisa a metà giugno del principe ereditario e «uomo forte» Nayef bin Abdul Aziz al Saud, hanno spinto re Abdallah (gravemente ammalato) ad assegnare ad uno degli esponenti più astuti e cinici della monarchia il delicato incarico di capo dei servizi segreti. Ha avuto ragione il giornale arabo online Elaph che già due anni fa, nell'imminenza del rientro in patria di Bandar guarito dalla malattia, scrisse che l'ex ambasciatore sarebbe stato «l'artefice di una svolta di maggiore rigidità nelle dinamiche regionali». Ad aiutarlo, aggiunse Elaph, sarà la sua spregiudicatezza, mostrata nelle tante missioni, legali e (soprattutto) illegali, nelle quali è stato impegnato nella sua carriera. Bandar proverà a riattivare l'asse Cairo-Riyadh-Rabat, allargandola ad altre petromonarchie del Golfo, in vista di quella guerra tra Israele e Iran che evidentemente ritiene sicura, specialmente se la possibile caduta di Bashar Assad lascerà isolata Tehran. Nena News