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EGITTO

Amr, uno sprint per piazza Tahrir

Amr Ibrahim Mostafa Seoud nel 2011 era in strada a protestare Mubarak, due giorni fa in pista a Londra. "Ora l'Egitto deve crescere, noi atleti possiamo attendere"

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giovedì 9 agosto 2012 08:02

Lo sprinter egiziano Amr Ibrahim Mostafa Seoud
Lo sprinter egiziano Amr Ibrahim Mostafa Seoud

di Matteo Patrono*

Roma, 9 agosto 2012, Nena News - Amr Ibrahim Mostafa Seoud è uno dei ragazzi di piazza Tahrir che la Primavera Araba ha fatto volare fino ai giochi di Londra. Un anno e mezzo fa era in strada a protestare contro il regime di Mubarak e schivare proiettili, ieri era in pista a inseguire il sogno di una nuova sfida con Usain Bolt nella finale dei 200 metri. Aveva già incrociato il giamaicano quattro anni fa a Pechino quando Bolt fulminava avversari e primati e lui si lanciò fino alle semifinali dei 200, lo sprinter più veloce nella storia egiziana. Poi di nuovo qui a Londra, nelle qualificazioni dei 100, 13 decimi di secondo a dividerli (10.09 contro 10.22) anche se Usain correva col freno a mano tirato e Amr invece si sparava il miglior tempo dell'anno, non sufficiente per un posto tra gli dei della velocità. Ieri mattina però mentre Bolt passeggiava rilassato in batteria (20.39), Seoud non è andato oltre un modesto 20.81, fuori subito e fine dei giochi. «La peggior gara della mia stagione, forse della mia vita. Che peccato». Ventisei anni, originario di Damietta, porto egiziano al centro di furiose battaglie durante le Crociate perché assicurava il controllo sul Nilo, Seoud è deluso come un bambino ma ha gli occhi vivi di chi guarda sempre al futuro. «Sognavo di portare la nostra rivoluzione nel cielo di Londra, questa città stupenda, libera e multiculturale che tratta tutti allo stesso modo. E invece è andata proprio male, ho fatto un tempo orribile. Per fortuna c'è sempre un'altra gara da correre, un'altra stagione che ti aspetta. In fondo alle Olimpiadi di Rio de Janeiro mancano solo quattro anni».

Cosa è andato storto?
Ero sicuro di arrivare in finale, avevo passato le ultime notti a immaginare la sfida con Bolt. Tutta colpa mia, la pista era buona, fisicamente stavo bene. Forse ho fatto volare un po' troppo la testa.

La primavera araba nello sport deve ancora aspettare.
A parte che qui abbiamo conquistato la nostra prima storica medaglia nella scherma ma ci sono cose più importanti nella vita, suvvia. In Egitto abbiamo bisogno di crescere medici, scienziati, educatori, politici e amministratori onesti. Dobbiamo aiutare i più poveri a uscire dalla miseria. Lo sport è una cosa bellissima ma viene dopo. Noi atleti abbiamo aspettato decenni, possiamo aspettare ancora.

Infatti anziché allenarti, tu il 25 gennaio 2011 eri a piazza Tahrir a chiedere libertà e democrazia.
Sono stato tra i primi ad arrivare, un amico su Facebook mi aveva segnalato una pagina di protesta contro gli abusi e le leggi speciali che permettevano ai poliziotti di tenerti in carcere senza processo a tempo indeterminato. Il 25 gennaio era la festa nazionale della Polizia e io avevo una certa antipatia per quelle divise. Mi hanno fermato un sacco di volte senza motivo, ti perquisivano, volevano i soldi. Una volta mi sono azzuffato con uno di loro, era dovuto intervenire il mio allenatore per evitare che mi chiudessero in prigione.

In piazza c'erano un sacco di giovani come te.
Sono andato a piazza Tahrir perché ero contro un sistema che operava ben al di sotto della legge, anzi contro la legge. Era una situazione terribile perché era il governo a violare la legge confondendo la gente, soprattutto i più anziani. Allora ci siamo detti, proviamo ad aggiustarlo noi questo maledetto sistema. Siamo scesi in strada e la polizia ci ha sparato addosso uccidendo molte persone. È stato in quel momento che la gente ha capito da che parte stare ed è venuta in piazza con noi, milioni di persone in pochissimi giorni. Io non avevo paura, sentivo di fare il bene del mio paese.

Hanno sparato anche a te?
Sparavano a chiunque. Lo facevano per spaventare le persone, per obbligarle a rintanarsi dentro casa. Tre giorni dopo la prima grande manifestazione, ero nel mio quartiere, avevamo organizzato una specie di servizio d'ordine perché temevamo la vendetta dei poliziotti. La sera ero seduto sul tetto di una macchina a chiacchierare con un amico quando hanno cominciato a piovere proiettili. Venivano da un'ambulanza a sirena spiegata. Quando mi sono rialzato, il mio amico era a terra senza vita. L'ambulanza però l'abbiamo fermata. C'erano dentro poliziotti e lealisti del governo.

È cambiata la vita al Cairo da quei giorni?
Non molto a dire il vero, c'è una guerra intestina tra il nuovo che avanza e cerca di riformare il paese e il vecchio apparato governativo che cerca di resistere. Regna l'instabilità ma un po' alla volta riusciremo a cambiare la storia.

Non deve esser stato facile preparare i giochi in queste condizioni.
Io ho avuto la fortuna di poter svolgere una parte della preparazione olimpica in America col mio allenatore, ma l'anno scorso ho rifiutato l'offerta di cittadinanza di un paese arabo decisamente più ricco dell'Egitto, volevano che corressi per loro a Londra, mi dicevano: guarda che qui ci sono soldi e sponsor che al Cairo con quella rivoluzione che avete fatto te li sogni. Ma io ho scelto di rimanere in Egitto perché tengo alle mie radici e volevo prendermi una rivincita nei confronti di chi nel 2006 aveva cancellato il mio nome dallo sport egiziano. Ero tornato dai giochi francofoni di Niamey in Niger con la medaglia di bronzo, però mi ero preso la malaria e un cretino del governo disse che l'avevo contratta in Marocco, che avevo deciso di cambiare nazionalità ed ero un povero drogato. La Federazione piegò la testa e mi ritrovai a spasso. Allora aprii un negozio di cellulari al Cairo senza smettere di correre perché la corsa è la mia vita e nel 2007 ricominciai dai giochi universitari, conquistandomi la possibilità di andare alle Olimpiadi di Pechino.

Da Pechino a Londra, quanto è cambiato Usain Bolt? Tu lo conosci bene.
È un ragazzo semplice e divertente, ha una grande personalità ma non ti fa mai pesare di essere l'uomo più veloce della terra. L'altra sera l'ho guardato in tv nella finale dei 100 e ho fatto il tifo per lui perché ha fatto un gran bene all'atletica. Dicevano che era diventato pigro, che pensava solo a fare il dj... a me sembra sempre velocissimo. Mi aspetto che vinca anche i 200 e ritocchi il record del mondo perché quella è la sua gara e perché Bolt i grandi appuntamenti non li fallisce mai.


A Londra, per la prima volta, anche paesi arabi conservatori come Qatar, Brunei e Arabia Saudita hanno fatto gareggiare le donne. È un passo avanti importante. Io sono musulmano e rispetto la cultura di qualunque paese, anche i più tradizionalisti, non li si può forzare a cambiare i loro costumi. Però è un passo avanti molto simbolico. Le donne hanno lo stesso diritto degli uomini a praticare sport, prima o poi tutti capiranno che sono anche meglio di noi.

La vita al villaggio olimpico dicono sia piuttosto promiscua. Confermi?
La vita al villaggio è bellissima. Sì è vero, facciamo un sacco di feste, che non vuol dire ubriacarsi tutte le sere ma rilassarsi, stare insieme, tenere lontano lo stress prima delle gare. Dopo magari si esagera un po' ma questo è il bello delle olimpiadi: conoscere altri essere umani, condividere con loro un'esperienza unica. Poi c'è chi vince le medaglie e chi no ma quello che conta è essere qua.

Ci rivediamo a Rio tra quattro anni allora. Chissà come sarà cambiato l'Egitto.
A Rio l'intera società araba sarà diversa, più moderna, più libera. E anche io sarò migliore. La rivoluzione che non mi è riuscita a Londra, la farò laggiù. Nena News

*Questa intervista e' stata pubblicata l'8 agosto 2012 dal quotidiano Il Manifesto