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GAZA

Protesta Usa, processo Corrie non credibile

L'ambasciatore americano a Tel Aviv definisce il processo per l'omicidio di Rachel insoddisfacente e non trasparente. Il 28 agosto attesa la sentenza della Corte di Haifa.

Emma Mancini
giovedì 23 agosto 2012 20:45

Craig e Cindy Corrie all'AICafè di Beit Sahour nel maggio 2011 (Foto: Emma Mancini)
Craig e Cindy Corrie all'AICafè di Beit Sahour nel maggio 2011 (Foto: Emma Mancini)

di Emma Mancini

Roma, 23 agosto 2012, Nena News - Un processo non credibile. Questo il giudizio con cui l'ambasciatore statunitense a Tel Aviv ha bollato il processo-farsa per la morte dell'attivista americana Rachel Corrie: secondo il rappresentante di Washington in Israele, l'inchiesta e le indagini condotte dalla magistratura israeliana sono insoddisfacenti, non credibili e non trasparenti come avrebbero dovuto essere. Di conseguenza, ha detto Shapiro, il processo iniziato nel marzo 2010 alla corte di Haifa non è attendibile.

L'ultima udienza del processo, promosso dai genitori di Rachel contro lo Stato di Israele, è prevista per la prossima settimana: come annunciato dalla famiglia Corrie, il 28 agosto alle 9 la Corte Distrettuale di Haifa dovrebbe emettere il verdetto finale, a nove anni dall'omicidio di Rachel.

Rachel Corrie, 23 anni, statunitense di Olympia, attivista dell'International Solidarity Movement, è morta il 16 marzo 2003, schiacciata da un bulldozer militare israeliano. Un Caterpillar D9-R guidato da un soldato israeliano l'ha uccisa mentre manifestava pacificamente contro la demolizione di case palestinese a Rafah, nella Striscia di Gaza.

Secondo l'esercito israeliano, il conducente del bulldozer non avrebbe visto Rachel, fatto smentito da quattro testimoni oculari: la ragazza era ben visibile ai soldati intorno al bulldozer e che hanno gridato ai manifestanti di spostarsi.

Nel 2005, a due anni dalla morte di Rachel, due anni trascorsi senza risposte da parte dello Stato israeliano, la famiglia Corrie ha deciso di muoversi. E ha fatto causa a Tel Aviv. A seguire la loro denuncia, l'avvocato Hussein Abu Hussein che ha accusato lo Stato di Israele di essere responsabile dell'uccisione di Rachel Corrie e di aver condotto un'indagine incompleta e poco credibile.

Durante il processo, durato due anni e 15 udienze, hanno rilasciato le loro dichiarazioni 23 testimoni oculari, parole e racconti che hanno messo in luce non solo i gravi errori nella catena di comando militare israeliana, ma anche le violazioni compiute quotidianamente nei Territori Occupati, dall'uccisione di civili palestinesi alla distruzione sistematica delle loro abitazioni.

"Le numerose prove presentate in tribunale - ha commentato il padre di Rachel, Craig Corrie - mostrano un sistema malato di responsabilità tollerato dagli Stati Uniti nonostante la conclusione che l'indagine militare israeliana non sia stata né credibile né trasparente".

"Il processo è un tentativo di nascondere le responsabilità non solo di chi non è stato in grado di proteggere la vita di Rachel - ha aggiunto l'avvocato Abu Hussein - ma anche quelle di un sistema difettoso di investigazione che non è né imparziale né accurato. Secondo il diritto internazionale, Israele è obbligato a prendere tutte le precauzioni necessarie a proteggere i civili dai pericoli delle operazioni militari. L'esercito israeliano ha violato questo principio nell'omicidio di Rachel Corrie e va riconosciuto colpevole".

A seguito dell'ultima udienza del processo, il 28 agosto la famiglia Corrie terrà una conferenza stampa al Colony Hotel.

Solo uno dei tanti passi che la famiglia Corrie ha compiuto in questi anni: i genitori, Craig e Cindy, hanno iniziato una battaglia che non intendono mollare. Li avevamo incontrati un anno fa, all'AICafè di Beit Sahour (Betlemme), quando raccontarono a molti giovani, internazionali e palestinesi, chi era Rachel: "Il processo per l'omicidio di Rachel è molto più grande della semplicità di nostra figlia. Per questo, la nostra battaglia per la giustizia è per tutti quei palestinesi che vivono lo stesso dolore e che non hanno la possibilità di entrare in un tribunale. Questo processo non è solo per Rachel, è per tutta Gaza".

Cindy e Craig hanno fatto proprio l'impegno della figlia: hanno visitato la Striscia, hanno parlato con la gente e pranzato nella casa che Rachel cercava di difendere dalla demolizione. Hanno creato una fondazione per supportare azioni di base e progetti umanitari a Gaza ed ora sono impegnati nel processo al tribunale di Haifa.

Tutto da soli, vista l'incredibile incapacità da parte del governo degli Stati Uniti di ottenere risposte dall'alleato israeliano: "All'epoca dell'omicidio - ci aveva spiegato Cindy Corrie - il governo americano ha subito chiesto spiegazioni a quello di Tel Aviv. Fu proprio il presidente Bush a chiedere un'inchiesta trasparente ma lo Stato d'Israele ha rinviato al mittente la richiesta. Il Congresso degli Stati Uniti ha più volte inviato richieste formali a Tel Aviv, imputandogli di portare avanti un'inchiesta poco seria, ma non sono arrivate risposte".

Allo stesso modo, in America non è stata avviata alcuna indagine interna sulla morte di Rachel, seppur la procedura sia prevista per legge e sia stata attivata in tutti i casi simili: ogni volta che un cittadino americano viene coinvolto in atti di violenza, la giustizia Usa accende i motori e svolge inchieste proprie. Nena News